mercoledì 8 agosto 2018

Che fai tu, letteratura, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa letteratura?


I La scoperta dello scrigno

Quando è nata in chi scrive la passione per e lo studio  della letteratura? Pochi lo sanno, ed uno soltanto ne conosceva le origini lontane e profonde: l’amato ed indimenticabile nonno Giulio Martinelli, che ha lasciato questa valle di pianto il 29 settembre 1990. Quale modello di vita! Quale esempio sublime da imitare!
I ricordi delle mie prime letture di poeti, artisti, letterati, attinte dalla biblioteca di casa, si perdono nel tempo e le ho gelosamente nascoste pure a gran parte dei miei cari, dissimulandole in una ritrosia verso la lettura e lo studio assiduo, diaframma protettivo nei confronti di una vita e di una realtà che, volente Iddio, mi hanno riservato molto veleno e amaritudine.
I.1 Quel certo Giacomo Leopardi

Avrò avuto 7 o forse 8 anni, quando mi sono imbattuto in un testo antologico di letteratura1 e l’occhio mi è subito caduto su una poesia che iniziava così: « Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/Silenziosa luna?». Questo incipit mi ha  da subito affascinato. Ho letto la lirica tutta d’un fiato. Ma chi è costui, che sembra descrivere alla perfezione il mio stato di vita? Marino il catechismo e vado nella piccola locale biblioteca. Domando alla responsabile, la dott.ssa Doria Santinelli, l’opera generale di un certo Leopardi. Mi osserva interdetta. Poi decide di darmi un’edizione dei Canti. Sarà la bibliotecaria stessa a richiamarmi alla realtà. Infatti, mi ero immerso in una lettura che dura tutt’oggi. Leggere, scrivere, ricercare, indagare la realtà, studiare nel senso non meramente scolastico e universitario, ma come passione e ragione di vita. “Lei è diventato allora uno studioso!”, mi rivelerà un mio maestro in studi filologici2, quando in un futuro lontano avrò confidato a costui questa mia esperienza d’infanzia. Ancora oggi, a 45 anni, mi domando come gran parte delle persone possa vivere e morire, agendo da “bruti”, senza quell’afflato d’eternità che solo le humanae litterae possono e debbono dare. E così possono azzittirsi i tromboni che discettano stoltamente sull’utilità della letteratura.

I.2 “Meglio avere un 4 in Matematica che un Dante incompleto!”

Passo velocemente in rassegna gli anni che precedono il liceo. Posso solamente dire che, al pari della piccola protagonista del movie “Matilda sei mitica” e del piccolo Bastian de “La storia infinita”, divoro famelicamente i testi della biblioteca paterna, mentre nonno Giulio, persona pia e cattolicissima, mi instilla la passione per il latino, in primis liturgico. Il “Nunc et in hora mortis nostrae.Amen” che vedevo recitare da nonno non era della stessa natura e passione di quello del principe del Gattopardo. La spiritualità mariana, come pure la passione per le letture teologiche e antimoderniste nascono proprio negli anni delle medie e grazie a nonno.
La prof di italiano delle medie, poi, la veracissima salernitana Rosita Senatore, oltre a farci fare le ossa grammaticali con un costante allenamento morfologico-sintattico, mi ha aperto le vie alla saggistica letteraria. Non pago di ciò che i programmi prescrivono, chiedo alla prof. qualcosa di più. Mi fa leggere la versione integrale del Decameron di Boccaccio, presumendo che non ce l’avrei mai fatta. Lo ultimo in venti giorni. “Ma non c’è un commento?”, chiedo. E la Rosita lancia la bomba. Mi presta- diventerà poi regalo- il “Boccaccio medievale” di Vittore Branca. Boom! Entro nel sancta sanctorum della saggistica e la scintilla per la filologia divampa comefuoco ardente.
Gli anni del biennio ginnasiale  mi vedono insofferente per programmi di humanities, ormai del tutto insufficienti al mio grado di conoscenza e alla mia fame di sapere. Casualmente e in modo vergognosamente trasandato la prof. di lettere affronta il canto XXVI dell’Inferno dantesco3, quello di Ulisse. Il pomeriggio rimango ad Arezzo, dove frequentavo il liceo per andare in biblioteca. Mangio alla buona e poi salgo in alto4. Mi faccio aiutare e prendo testi di “lettura” del canto stesso e della prima cantica in generale.
Al mattino, preparatissimo su Dante, vengo, però, interrogato in matematica. Ovviamente, non avendo studiato niente, prendo meritatamente un quattro. Il professore, persona squisita, di alta preparazione e di notevole sensibilità pedagogica, mi prende in disparte e mi chiede perché non avessi studiato. Con fare sfrontato e anomalo per un timido come me, replico: «Ma prof. per me è meglio avere un 4 in Matematica che un Dante incompleto!».

I.3 Basta autobiografia!

Potrei proseguire ancora percorrendo gli anni dell’Università fino ad oggi, ma  mi porterebbe lontano dall’intentio prima di questo “autore a chi legge”. Passo, quindi, ad esporre per sommi capi, ciò che vorrei fare in questo luogo.

II La condivisione del tesoro

Il sapere per aver sapore va condiviso. E’ pur vero che ci sono conoscenze che debbono essere riservate a pochi ed avere un carattere iniziatico, ma lo studioso è “un eremita eloquente”, crea ponti di relazionalità sui generis con i suoi simili, rimanendo cosciente di essere diverso dal resto del consorzio sociale. Lo studioso piacione, sempre a caccia di selfie, è un carrierista vanaglorioso e niente più. Come si può essere studiosi seri e fare tour di presentazione dei libri? Lo si può fare se si possiede una “bottega” con maestranze che non si limitano a confezionare un testo grezzo, ma lo creano ex nihilo. E la studiositas va a farsi benedire.
II.1 Campo vasto e non immediatamente circoscrivibile.

Ma allora di cosa voglio parlare in questo spazio? Forse sarebbe più utile dire cosa voglio tralasciare. Se il titolo del blog richiama l’attacco della Gerusalemme Liberata del Tasso, definire questo un blog di letteratura italiana è tanto  errato quanto limitativo. Prendendola in presto dalle teorie del multiverso, potrei concepirlo come una finestra che guarda, osserva e registra dati  a partire da un mondo parallelo. Se dovessi morire dopo aver terminato questo introibo, i miei discendenti troverebbero materiale di ricerca per poter scrivere almeno un centinaio di monografie, frutto di oltre trent’anni di “studio santo e devotissimo”. Adoro la ricerca, un po’ meno la pubblicazione. Allora perché non prendere alcuni stuzzichini eruditi e di cultura varia dal  magazzino dei miei studi e, trasformati in un testo nuovo, rendendoli fruibili a tutti? Questa sarà la prima macrosezione del blog.

II.2 Mai dimenticare l’oggi

Ma la ricerca è un continuum ininterrotto. Convegni, nuove scoperte, studi vari vengono resi disponibili a tutti ogni giorno. Nella seconda macrosezione cercherò di dare il mio contributo esegetico ed ermeneutico a quest’attualità varia e diseguale, senza pretendere di pontificare da chissà quale pulpito, ma, partendo dal dato contingente, cercherò di risalire ad assunti funzionali al mio modo di concepire gli studia humanitatis.
II.3 Saranno humanities di parte? Politica? Etico-religiosa?

Quando leggo, anche presso penne di  altissimo valore, che il loro studio sarà obbiettivo, mi permetto rispettosamente di sorridere e dissentire. Ognuno di noi, che parli di geo-politica o di ecdotica, ci mette tutto il suo essere, con la sua visio mundi, le sue esperienze, le sue idealità. Donde nasce, dunque, la faziosità che deborda in partigianeria frontista e deleteria? Dalla prosaica evidenza con cui il sedicente studioso pretende di sostenere le sue tesi. Mesi fa, all’interno di un video di promozione di letture, una giovane youtuber d’area wiccan e neopagana aveva sentenziato una condanna senz’appello delle “Cronache di Narnia”. Stimolata dalle mie richieste di chiarimento in proposito ed invitata ad argomentare il suo niet verso Narnia, sono riuscito a farle ammettere che l’unica ragione del suo diniego era l’essere l’autore della saga un cristiano5. E non pensate che questo tipo di faziosità acritica si relegato a millennials nativo-digitali. Seppur ben mimetizzato, viene praticato costantemente da gran parte delle agenzie di cultura e orientamento della pubblica opinione, mascherandolo paradossalmente con il pretesto della difesa della memoria –quale? quella della parte vincente della storia- o della protezione di presunte minoranze discriminate.
Altrettanto velleitario e ridicolo, quantunque parta da nobili aspirazioni,tuttavia, è il tentativo di leggere tutta una tradizione letteraria, antica o moderna, in termini cristiani6.
E il sottoscritto come si comporterà? Con olimpica naturalezza, mostrando in filigrana le sue opzioni ideologico-religiose, oppure mostrandole apertamente, qualora la situazione lo richieda, ma contestualmente argomentando la suddetta scelta di parte. Niente ostentazioni di presunta laicità, ma neppure confessionalismi fuori luogo.

III Partiamo a bordo della piccoletta barca
«O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca, 
3

tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti. 
6

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse. 
9

Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo, 
12

metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale»(Par II, 1-15)

Se il nostro discorso ha preso avvio da una parafrasi libera dei primi due versi di un canto leopardiano, la chiusa non poteva dimenticare il Sommo Poeta e le prime cinque terzine di un canto poco frequentato dalla pratica scolastica, come il II del Paradiso. In questa seconda protasi della terza cantica, Dante sembra voler selezionare i suoi compagni di viaggio. Se le prime due sezioni del poema sacro dantesco potevano essere supportate da molti; qui il clima cambia. “L’acqua ch’io prendo già mai non si corse” (Par II,7), ci avverte Dante. E poco dopo dice: «Voialtri pochi che drizzaste il collo/per tempo al pan de li angeli… »(ibidem,10-11). Sono pochi coloro che, nutriti del pan degli angeli, possono sopportare una siffatta navigazione. Ma una tale fatica sarà alla fine ricompensata.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige, 
135

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova; 
138

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne. 
141

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa, 
144

l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Par XXXIII,133-145)


“L’imago al cerchio” come “L’alta fantasia” o “il disio e ‘l velle” per chiudersi nell’amore totale e totalizzante indicano un inabissarsi nel Tutto, nella somma Deità, nella visio Dei, premio finale per una navigazione prudente e giudiziosa –non certo il folle volo di Ulisse- ben fasciati nella piccoletta barca.
“E allora?”, mi si obietterà. Il percorso di questo blog sarà analogo a quello del paradiso dantesco? In parte sì. Nella misura in cui, chi vorrà seguirmi, unirà spirito di sacrificio, umiltà nell’ascolto e nella ricerca autonoma, e indipendenza da giudizi e luoghi comuni, ben radicati pure nelle regioni dell’otium letterario.
La ricompensa non sarà certo la visio Dei, ma una conoscenza più vasta, consapevole e produttiva delle humanities. Perché con la cultura non solo si mangia, ma ci si immortala pure.

Buona navigazione.

Francesco Baldini


Note:
[1]: Mio padre Giulio –omonimo del nonno materno- (1929-2012) amava acquistare all’usato vecchie antologie scolastiche per collazionare varie metodologie di didattica delle letteratura come della storia e pertanto a casa ne avevamo in abbondanza.
[2]: Tornerò moltissimo su questo punto, ma per ora pongo questa domanda ai miei coraggiosi e selezionati lettori: Quando si cessa di essere uno studente e si diventa uno studioso? Quando si ottiene un diploma di laurea? Oppure uno di dottorato di ricerca? Quando si impingua il nostro carnet di una notevole quantità di pubblicazioni? La risposta la darò in futuro. Intanto riflettiamoci bene tutti quanti.
[3]: Ad essere onesti, le prime notizie sull’Alighieri me le aveva fornite mio padre, ma si limitavano a dati biografici come l’esilio ingiusto o alla lettura risorgimentalista dello stesso Dante. Pochi e scarsi erano i riferimenti letterari e filologico-linguistici.
[4]: La Biblioteca centrale di Arezzo, allora come oggi, era sita in un palazzo nel centro storico a ridosso del Duomo, e pertanto si dovevano salire alcune rampe di scale. La fatica della salita era ricompensata dai gioielli presenti. Quell’oceano di luce e di pace che sono i libri.
[5]: Per chiarire meglio l’esempio, va aggiunto che nel video, la giovane neopagana, aveva stroncato l’opera in termini stilistici e formali, senza fare alcun riferimento all’universo etico-religioso dell’autore.
[6]:  Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative, sia su carta che in rete, per una riscoperta cattolica della letteratura. Operazioni in sé lodevoli e in alcuni casi con esiti discreti, naufragano, però, contro lo scoglio della volontà assolutizzante e “totalitaria” di voler cristianizzare ogni autore, forzandone pensiero e intentio operis. Oppure, espungendo gli impresentabili  dalla trama diacronica di una storia letteraria. E tali operazioni ideologiche sono soltanto apparentemente più facili, se si tratta della storia di una lingua.
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